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Pubblicazioni  Centro Cinema Città di Cesena

 

Fotografi di scena del cinema italiano. Pierluigi

Catalogo a cura di Antonio Maraldi e Andrea Crozzoli

Centro Cinema Città di Cesena

Cinemazero Pordenone

Società Editrice "Il Ponte Vecchio

 

Pagine catalogo: n. 107

Sommario - p. 5

Presentazione, di Antonio Maraldi e Andrea Crozzoli - p. 7

Fotografia, costume e società nella "dolce vita" di Pierluigi, di Dario Reteuna - p. 9

Pierluigi, Tazio e gli altri, di Diego Mormorio- p. 17

Un'icona o due per Pierluigi, di Lorenzo Pellizzari- p. 19

Qualcosa di me, di Pierluigi- p. 23

Qualcosa di lui,

testimonianze di Roberto Biciocchi, Bruno Bruni, Alessandro Canestrelli, Vittorugo Contino, Emilio Lari, Enrico Lucherini, Ezio Praturlon, Paul Ronald, Giuseppe Rotunno, Sergio Strizzi, Mario Tursi - pag. 27

Filmografia - pag. 35

Portfolio - p. 47

Nota biografica - p. 106


Presentazione
Di Antonio Maraldi e Andrea Crozzoli

Anita Ekberg tra gli zampilli della Fontana di Trevi ne La dolce vita.
Sophia Loren, inginocchiata e piangente ne La Ciociara. Autore di quelle foto, divenute poi celebri icone cinematografiche,e di molte altre immagini, è Pierluigi Praturlon, figura di primissimo piano tra i fotografi che hanno frequentato i set. Pierluigi - che si firmava omettendo il cognome - non solo è stato un eccellente fotografo e un innovatore della professione per lo spiccato senso delle pubbliche relazioni ma, come raccontano le testimonianze raccolte in questo catalogo, anche un grande organizzatore (dal suo studio sono passati diversi fotoreporter divenuti poi celebri fotografi di scena) e un personaggio lui stesso. In quella particolare e vivace stagione tra la Hollywood sul Tevere e la "dolce vita". Moltissimi i set da lui frequentati nel corso di una carriera quasi quarantennale, diversi i registi con i quali aveva stretto rapporti, a cominciare da Federico Fellini a cui lo legava un rapporto intenso e conflittuale, tante le attrici che pretendevano il suo sguardo. Eppure le storie, pur autorevoli, della fotografia non lo citano e anche i più recenti dizionari fotografici omettono il suo nome. Quando è morto, nell'agosto del 1999, solo alcuni quotidiani ne hanno dato notizia, in appena poche righe. Non è stato mai oggetto di pubblicazioni monografiche pur essendo i libri di cinema pieni di suoi scatti. Per colmare questa lacuna e richiamare l'attenzione su di lui, Centro Cinema Città di Cesena e Cinemazero di Pordenone, accomunate da tempo nell'impegno di valorizzazione del lavoro dei fotografi di scena, hanno unito le forze decidendo di tributargli un doveroso omaggio. Omaggio diviso in due momenti, il primo in primavera a Cesena, in occasione della quinta edizione di "Cliciak" e il secondo, in Friuli, nel corso dell'estate. Non è stato semplice arrivare alle foto per la mostra. Il lavoro di selezione, tra le migliaia di negativi conservati da Reporters Associati - il cui staff si è prodigato con generosità -, è stato lungo, faticoso e appassionante. Dovendo operare delle scelte, si è optato per le foto di set e i fuori scena, puntando con questo a sottolineare l'aspetto del suo lavoro di fotografo di special. Un altro problema affrontato, e non del tutto risolto, è stato quello della paternità delle foto. Per quanto è stato possibile, si sono scelte immagini attribuibili a Pierluigi pur senza averne la certezza assoluta. La sua agenzia ha documentato centinaia di film, come testimonia la filmografia ricostruita in queste pagine. Pierluigi mandava i suoi fotografi a seguire interamente il film mentre lui, a parte alcune eccezioni (Fellini, De Sica, gli americani e qualche altro), si limitava a incursioni di breve durata. Per quanto si è potuto, nelle situazioni dubbie, si è scelto tra i negativi degli special ma questo non esclude che qualche scatto possa essere opera di altri. Di sicuro, comunque, tutte le foto sono marchiate Agenzia Pierluigi.

 

Pierluigi, Tazio e gli altri
di Diego Mormorio

Finita la guerra, e dopo un certo periodo di smarrimento, gli intellettuali italiani cominciarono a cercare se stessi, nell'unico modo che a quel tempo parve possibile. Per dirla con Cesare Pavese: "Noi scoprimmo l'Italia cercando gli uomini e le parole in America, in Russia, in Francia, in Spagna". Questa ricerca di cose e parole altrui aveva comunque alla base la grande tradizione artistica e letteraria italiana. Dunque, ciò che ne nacque non fu una semplice importazione di modelli culturali, ma un vitale inglobamento di stimoli visivi, letterari, musicali - che comunque avevano fatto una timida comparsa già negli anni Trenta e Quaranta, presso una ristrettissima cerchia di scrittori. Questa nuova identità intellettuale ebbe la sua maggiore visibilità attraverso due giornali: "II Mondo" e "L'Espresso", nati ad opera di Mario Pannunzio e Arrigo Debenedetti, allievi di quello che era forse stato il personaggio intellettuale più interessante del ventennio fascista, Leo Longanesi. Questi due periodici - che avevano la loro redazione a Roma - furono il principale punto di riferimento di una schiera di fotografi impegnati e fra essi di un gruppo che, con un certa esagerazione, si è visto dare il nome di "scuola romana". Si trattava di alcuni fotografi-intellettuali di sinistra che -provenendo da "famiglie borghesi" e studi universitari -avevano scelto la fotografia non per ragioni puramente lavorative, ma come linguaggio estetico e come mezzo di espressione politica. Questo gruppo "romano" era di fatto poco romano, essendo formato da alcuni giovani provenienti dal resto d'Italia, come il siciliano Calogero Cascio, il calabrese Caio Garrubba, i pugliesi Antonio e Nicola Sansone, l'emiliano Carlo Bavagnoli, il sardo Franco Pinna. Già nel 1963, gli ultimi due avevano all'attivo tré importanti volumi. Franco Pinna aveva infatti pubblicato con una casa editrice collegata all'Automobile Club Italiano un volume sulla Sardegna, edito nel 1961 - con una bella introduzione di Giuseppe Dessi - e uno sulla Sila, realizzato insieme all'etnografo Ernesto De Martino e pubblicato nel gennaio del 1963, vale a dire tré mesi prima della comparsa del famosissimo e ormai altrettanto introvabile Gente di Trastevere di Bavagnoli, edito da Mondadori. Gente di Trastevere andava ad aggiungersi ad altri libri fotografici su Roma da poco pubblicati. Libri divenuti ormai classici e, dunque, ricercatissimi sul mercato antiquario: Rome del newyorkese William Klein, edito a Parigi nel 1959 e prontamente presentato in Italia da Giangiacomo Feltrinelli; Menschen in Rom di Nico Jesse, pubblicato in Germania nel 1960, anno in cui comparve anche Amore a Roma di Lori Sammartino, con una introduzione dello scrittore Èrcole Patti. Tra la fine degli anni Cinquanta e l'inizio degli anni Sessanta, Roma era dunque tornata ad essere un grande punto di attrazione fotografica, quasi com'era stata alla metà dell'Ottocento, quando aveva ospitato un gruppo di pittori-fotografi provenienti da diverse parti del mondo. Ciò era determinato da un'insieme di fattori sociali, economici e culturali, che lasciavano spazio alle più diverse esperienze estetiche e professionali. Accanto ai fotoreporter politicamente impegnati o semplice-mente colti e raffinati, si affermò una schiera di fotografi che trovava la propria materia nei personaggi di Cinecittà - ormai denominata Hollywood sul Tevere - e in quelli della politica: una schiera di matrice "proletaria" e sostanzialmente impolitica, che i fotografi impegnati guardavano con distacco, e, talvolta, con un certo disprezzo, ma le cui immagini costituiscono ora forse il migliore "spaccato" dell'Italia al tempo del boom eco-nomico. Era la schiera dei paparazzi, approdata alla fotografia per necessità economica, passando dalla porta meno nobile. Essi infatti non appartenevano alla fotografia artigiana - vale a dire agli studi fotografici che realizzavano servizi matrimoniali, ritratti uso tessera e altri lavori di routine - ma venivano dagli angoli delle strade e delle piazze, dove, dopo la guerra, avevano fatto gli scattini. Scattini erano stati Pierluigi Praturlon , Tazio Secchiaroli e diversi altri loro amici. Armati di una Rolleicord, aspettavano che qualche turista o qualche soldato americano accettasse di farsi fare una foto ricordo e prendesse un biglietto con l'indirizzo dove, con poca spesa, avrebbe potuto ritirare la fotografia. Molti facevano grandi sorrisi davanti alla macchina fotografica, prendevano il biglietto con l'indirizzo, ma poi "dimenticavano" di ritirare la loro effigie. Alla fine, dunque, questo genere di attività fotografica si rivelò essenzialmente un inutile consumo di pellicola. Questa schiera di scattini fu naturalmente il bacino a cui poterono facilmente attingere le diverse agenzie che ruotavano intorno ai giornali affamati di immagini dei personaggi dello spettacolo e della politica. Fu così che, nel volgere di pochi mesi, gli scattini si fecero fotoreporter mondani. Dopo aver aspettato ad un angolo di strada degli sconosciuti, si misero a correre ovunque li portasse la faccia di un uomo o di una donna celebre.
Così facendo finirono per essere chiamati "cacciatori di teste" . Emblematico in questo senso è un articolo apparso nel giornale "Cronache della politica e del costume", dove I'autore, Andrea Rapisarda, così raccontava l'inseguimento di due personaggi implicati in un caso processuale allora in corso: "II ragionier Sergio Rossi e la signorina Lucia Carducci avevano un appuntamento davanti alla Chiesa Nuova per accordarsi su certe risposte da dare al giudice istruttore. Piazza della Chiesa Nuova è un posto abbastanza centrale, per quanto tranquillo: ma se l'incontro fosse avvenuto in un vicolo di Trastevere, o nei corridoi sotterranei del Palatino, o dentro la palla di bronzo della cupola di San Pietro, il risultato non sarebbe stato diverso: comunque avrebbero incontrato i fotografi. I primi quattro si mossero all'assalto del ragionier Rossi in piazza della Croce Rossa , mentre scendeva da un filobus per prenderne un altro, e l'aitante giovane riuscì per miracolo a scansarli rifugiandosi su un taxi; ma sul luogo dell'appuntamento ce n'erano degli altri che andavano crescendo fitti, a decine, come mosche chiamate dall' odore del miele. Davanti alla Chiesa Nuova, le scene si seguono rapidissime come nei vecchi cortometraggi: il giovanotto e la ragazza saltano su un taxi per farsi portare fino a un qualsiasi caffè dove credono di poter iniziare un tranquillo colloquio, ma non sono riusciti a dire 'quei maledetti' che l'orda dei fotoreporter invade il locale e mitraglia di lampi la coppia in fuqa lui verso il terzo taxi della mattinata, lei piangente di corsa dentro la bottega di un barbiere. [...] Non e più il "diritto all'immagine' che entra in discussione, ma il rispetto che si deve alla dignità , alla quiete, alla stessa incolumità fisica di qualsiasi persona. Tanto più che gli aggressori si mostrano stupidi prima ancora di essere screanzati: quelle fotografie scattate in massa, presso a poco uguali I' una ali altra, l'indomani saranno offerte in concorrenza per tutte le redazioni a tremila lire, a questo si riduce il colpo".
Significativamente, il giornale che ospitava questo articolo -intitolato Cacciano teste a colpi di obiettivo- lo accompagnava con diverse fotografie e con l'eloquente didascalia di "La fuga del ragioniere"
Ai tempi di questa cronaca - dicembre 1954 - Secchiaroli era ancora uno sconosciuto, mentre Pierluigi Praturlon aveva già un certo nome nel campo della fotografia di set. Sempre di più si stava affermando grazie anche alle sue grandi capacita di public relations: per la sua straordinaria attitudine a fare amicizia con i diversi personaggi del mondo dello spettacolo e con le belle ragazze che cercavano di entrarci. Cosi, in pochi anni, egli divenne uno dei fotografi più ricercati, mettendo in piedi uno studio fotografico fra i migliori del tempo. Praturlon però non era il tipo che poteva accontentarsi di fotografare i divi del cinema. Voleva vivere come loro. Grandi alberghi, ristoranti, belle macchine. Volle essere non un semplice cronista della "dolce vita", ma un suo protagonista. In questo modo finì per consumare più del molto che guadagnava. In ciò fu completamente diverso da Secchiaroli. Così come diverso da Secchiaroli fu riguardo alla rievocazione delle gesta dei paparazzi. Quest'ultimo non perdeva un'occasione per parlare delle paparazzate: sui giornali, alla radio, in televisione. Ciò gli fruttò il titolo "il re dei paparazzi": ne divenne una sorta di loro portavoce ufficiale. E, per quanto possa suonare incredibile, credo che ciò che maggiormente lo ha reso famoso non sia stato il suo vero, e innegabile, grande valore fotografico, ma questa sua continua e instancabile disponibilità a raccontare aneddoti forse poco edificanti e ricercati da un "giornalismo" di puro intrattenimento. Pierluigi Praturlon non amava invece parlare di paparazzate, preferiva rievocare le sue amicizie o la sua capacità di capire se una certa attrice avrebbe sfondato o meno. In questo modo è rimasto sconosciuto a molti che pure si sono occupati della fotografia italiana del tempo della "dolce vita". Basti dire che non viene neanche citato nella Storia della fotografia italiana di Italo Zannier, tanto traboccante di nomi. Pierluigi Praturlon merita invece - senza dubbio alcuno - un posto nelle storie della fotografia. E se mai gli Dei mi concederanno di scriverne una, avrà non meno spazio di Secchiaroli.